Dic19

Natale del Signore

Natale del Signore

L’oscurità della notte fu squarciata dalla luce potente che con il suo calore e la sua bellezza avvolse i pastori di Betlehem. Nel gelo notturno la fatica era sicuramente più pesante da sopportare e la custodia del gregge più difficile da svolgere perché la pesantezza del giorno passato a camminare e a guidare le pecore gravava sugli occhi e sul cuore di questi pastori di Giudea. Ma il cielo si aprì su di loro lasciando filtrare quella luce del cielo che l’uomo attendeva da così tanto tempo, che il loro cuore aspettava per poter ritrovare la gioia perduta, la speranza dimenticata.


La gloria del Signore li avvolse di luce”, fu la gloria ad avvolgerli, fu lo splendore di Dio, la sua bellezza, a riversare su di loro il colore del cielo la sua musica nascosta, il suo canto dimenticato. Fu luce e gioia perché l’uomo, povero e stanco, ritrovava forza e splendore, ricchezza e letizia. Ma anche lo spavento invase il cuore dei pastori. Il primo istinto fu quello di fuggire a tanta luce, di nascondersi, di coprire gli occhi perché non venissero abbagliati da tanta gloria. Il cuore ormai non più abituato alla bellezza del volto di Dio lo teme perché pensa che i suoi occhi possono scrutarlo fino in fondo e giudicarlo senza pietà, i pastori temono tanta luce perché essa potrebbe svelare i segreti nascosti, la miseria profonda, ma l’angelo che s’affaccia dal cielo li rassicura: “Non temete...” Con quanta delicatezza Dio carezza la sua creatura e la rassicura, non è venuto per giudicarla ma per salvarla e donarle la sua gioia immensa, perché è nato per noi un Salvatore che è il Messia, che è il Signore.
Quante volte la promessa era stata ascoltata, quante volete la fantasia si era lasciata andare nel sognare i tempi del Messia, tempi di ricchezza e di gloria, ed ora tanto desiderio torna ad accendersi, anzi sembra essere esaudita l’attesa dei secoli: il Messia è nato. Ma qual’è il segno con cui riconoscerlo, quale l’aspetto che ne avrebbe assicurato l’identità, quale la reggia, quale lo splendore?
Troverete un bambino, strette in fasce, che giace in una mangiatoia da animali” e subito, a queste parole, il cielo e la terra esultano, immediatamente, come travolti da una infinita emozione gli angeli gridano il loro “Gloria a Dio e pace in terra”. Quale stupore prende il cuore degli angeli e quello dei pastori! Dio si fa bambino, piccolo figlio dell’uomo, Dio si lascia stringere, legare, imprigionare dalle fasce della nostra umanità e si offre come cibo per il mondo nel presepe di una misera grotta di pastori.
Lo stupore fu grande in coloro che vivevano ogni giorno tra quei campi e quelle grotte, tra quelle greggi e quelle montagne, Dio si fa uno di loro, nasce come uno dei loro figli, pastorello in una delle loro grotte, nasce come era nato Davide, pastore figlio di pastori. Al suo nascere il suo vagito è come quello degli agnelli, confuso tra il belare del gregge, un segno di gioia e di vita, un richiamo miracoloso nel silenzio della notte, un sorriso per il cuore delo mondo assonnato. Come non andare allora a Betlehem per vedere, per confermare ciò che è stato udito, per contemplare ciò che il cuore ormai conosce, vedere il Dio bambino, la Parola di Dio fatta infante, capace solo di vagiti e non di parole ma eloquente, con il suo sguardo, più di ogni discorso. Dio guarda il mondo con gli occhi di un bambino, allatta al seno di una madre, piange con la voce degli uomini, si lascia cullare dalle braccia di una donna, si lascia amare dalla tenerezza stupita dei poveri pastori. Il Vangelo lo nota e lo sottolinea questo grande stupore: "trovarono Maria e Giuseppe e il Bambino, che giavceva nella mangiatoia”. La loro corsa alla grotta fu premiata da tanta bellezza e si saziò di tanto silenzio adorante, di tanta gioia profonda.
Anche noi veniamo avvolti di luce, anche per noi la gloria risplende, il Bambino nasce per essere il nostro Salvatore nelle tenebre oscure della nostra città, dei nostri quartieri, delle nostre case. Il gelo forse chiude ancora il nostro cuore, la paura ci circonda e ci spaventa, ma luce splende ancora, il suo calore continua ad effondersi attraverso il sorriso del Bambino di Betlehem.
Gli angeli ci invitano ancora ad andare incontro al Messia, ad incontrarlo lì dove giace, fatto cibo per noi nel presepe dell’amore, lì dove ancora uina volta ha deciso di donarsi per saziare la nostra miseria, facendosi povero per amore nostro. In quelle fasce che lo stringono troviamo già la passione e il dolore di colui che viene a soffrire con noi, per noi e in noi, per redimere l’umanità soffrendo con essa.
I pastori dopo aver contemplato il Bambino riferirono ciò che avevano conosciuto, partirono da Betlehem con il cuore pieno di stupore e di gioia, pronti a comunicare la pienezza ricevuta affinché altri potessero stupirsi e gioire. Quella missione continua oggi con noi, nella nostra città noi siamo chiamati ad annunciare quello stupore e quella gioia, siamo chiamati a correre a Betlehem a contemplare il mistero del Dio fatto uomo per poi correre ancora ad annunciarlo ai fratelli, gridando al mondo il prodigio dell’amore.
Lasciamoci incantare ancora una volta dagli occhi di questo divino Bambino, lasciamoci commuovere da tanto amore e da tanta tenerezza per rinnovare in noi l’impegno profondo ad essere annunciatori della Verità di Cristo, della sua Bellezza, della sua Carità, lasciandoci avvolgere di quella luce che ha squarciato la notte santa e che vuole squarciare ancora oggi le tenebre del cuore del mondo.

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